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Il terremoto e i difficili anni della guerra
Testi a cura del Prof. Giuseppe Di Girolamo  maggiori info autore
Il sole appariva scialbo dietro la collina di Albe. Una strana inquietudine agitava gli animali. Il lugubre uggiolare dei cani non faceva presagire nulla di buono. Dapprima un sordo boato, proveniente dal seno della terra, percepito solo da alcuni, poi la terra ebbe un sussulto, si scosse, tremò come presa da un improvviso attacco di febbre. Le case, le chiese, le altre strutture edilizie furono sbatacchiate da una parte all'altra. Da principio sembrava volessero resistere, dato il movimento ondulatorio quasi ritmico. Ma un contraccolpo improvviso fece sì che le mura perimetrali divergessero fra loro lasciando precipitare, con fragore, i tetti, le volte. Altre invece si piegarono su se stesse per poi crollare miseramente. 
  
Il rumore assordante copriva le urla della gente. Un polverone denso si levò in alto per poi riabbassarsi come una coltre funebre sul dolore e la morte. Quando il rumore cessò, si udirono le urla della gente che fuggiva come impazzita, i lamenti sordi di chi era rimasto imprigionato dalle macerie, le preghiere, i richiami disperati di quanti si aggiravano fra la densa polvere, che toglieva quasi il respiro, in cerca dei propri cari. C'era chi, chinato sui resti di quella che era stata la propria abitazione, ansioso di sentire un lamento, un segno di vita, rimaneva immobile col fiato sospeso. I volti terrorizzati e sconvolti erano segno che le menti erano inebetite dallo spavento. 
Molti furono sorpresi nel sonno. Non c'era in quella stagione rigidissima il lavoro dei campi, quindi molti contadini indugiavano nel letto, quasi per recuperare energia in attesa di riprendere il pesante lavoro della vanga, non appena il tempo lo permettesse. 
   
Altri, che già erano usciti di casa, furono travolti nelle strade dissestate dal precipitare degli edifici. Alcuni si salvarono perché si erano levati per tempo per andare ad accudire il bestiame. Le stalle, sebbene alcune pericolanti, erano rimaste in piedi. Quasi tutti quelli che si erano recati in chiesa perirono, colpiti dal precipitare delle volte della navata centrale e di quella di destra. Il parroco, Don Vincenzo Giusti, si salvò, ché in piedi rimasero sia la cupola che la volta del presbiterio. Anche il rione di San Domenico subì danni, ma non ci furono né crolli né vittime. Quasi intatte rimasero le poche case di via Avezzano, cioè l'odierna piazza della Repubblica, forse perché di nuova costruzione. Del vecchio centro storico solo il campanile rimase saldo nelle sue fondamenta, sebbene compromesso da fessure insuturabili, quasi segno di speranza per una nuova rinascita. Fu però causa del ritardato invio di aiuti. 
  
Raccontano, infatti, che i soldati, venuti a soccorrere le popolazioni marse, vedendo da lontano svettare nel cielo il campanile, pensassero che il paese non avesse subìto danni. E' noto pure che tutta la parte del centro storico, visibile a chi vi si rechi dalla parte di Avezzano, appariva di lontano quasi intatta. Scrive a tal proposito Mons. Domenico Scipioni nel numero unico La Marsica nel primo anniversario del terremoto: " Magliano! Chi da lungi scorge la porzione di caseggiato rimasto in piedi e l'alto campanile crede che Maglíano sia stato risparmiato dal terremoto o poco flagellato da esso. 
  
Ma se vi si avvicina e ne attraversa le vie non potrà trattenere le lacrime nel constatare che la linda cittadina, cui sorrideva la vita, beata per tanti doni di natura e per l'attività industriosa del suo popolo, è scomparsa sotto un cumulo di macerie informi e volgari, travolgendo ogni bellezza nello squallore e nella desolazione la più penosa e triste ". Il terribile disastro, che sconvolse la Marsica, facendo 30.000 vittime, strappò a Magliano la vita a settecento cittadini. " Uno spettacolo impressionante ", scrive Don Augusto Orlandi nei suoi appunti, " presentava la piazza S. Lucia nella mattina del 13 gennaio 1915. 
  
Vi erano distesi i cadaveri, che venivano ritrovati un po' alla volta tra le macerie ". Le spoglie mortali, caricate alla rinfusa su carri agricoli, dopo una brevissima e mesta cerimonia funebre, venivano seppellite, senza alcun ordine, in una cava di breccia lungo la via per Massa. Si dovette provvedere a tale triste operazione nel più breve tempo possibile per timore di epidemie. Solo pochi cadaveri vennero seppelliti nel Cimitero di S. Martino. La notizia del terribile disastro fece sorgere gare di solidarietà in tutta l'Italía. 
Esemplare quella dimostrata dalle città di Vicenza, Padova, Verona, Venezia. Qui si costituirono comitati per la raccolta di fondi, con i quali si provvide a costruire alloggi provvisori in diverse zone del paese, distanti dal centro storico. 
 
I nuovi rioni provvisori presero il nome dalle città benefattrici. Col tempo questi alloggi saranno demoliti e sostituiti con casette antisismiche in muratura. Anche i nomi scompariranno; lo conserverà solo il rione di Padova. Le Donne dell'Azione cattolica italiana si costituirono in comitati nazionali per soccorso, cosi la Gioventù Cattolica d'Italia. Per volontà del Papa Benedetto XV furono aperti per accogliere feriti e profughi gli ospedalí pontifici di Roma e la Villa di Castelgandolfo. " Tra le linde corsie di Santa Marta ", scrive monsignor Ferrazza nel numero unico La Marsica, nel primo anniversario del terremoto, " videro tanti nostri fortunati fratelli, quasi bianca visione, aggirarsi l'Augusto Pontefice ed al suono della sua parola affettuosa e cara sentirono rinascere nei cuori sanguinanti la speranza e la vita. 
  
A cento a cento per i viali fioriti della villa di Castelgandolfo irruppero i nostri orfani, i nostri pargoli: e sul candore ineffabile della innocenza videro aleggiare, in senso di protezione e di difesa, la benedizione paterna del Pontefice Romano ". Fu volere della Divina Provvidenza che in simili drammatici momenti la Marsica avesse un Vescovo della tempra di un Marcello Bagnoli, il quale ad una fede incrollabile univa forza, senso pratico, facoltà di decisione. 
A tal proposito sentiamo quanto scrive un nostro concittadino, il canonico Mario Di Lorenzo, altra limpida figura di nostro sacerdote, scomparso in ancor giovanile età: " Padre di tutti, più di tutti Egli sentì il travaglio della sventura. Spenta la vita nella cara diocesi, tutta sentì l'amarezza del dolore. 
 
Eppure lo vedemmo aggirarsi, Angelo benefico, su le rovine delle nostre case, e ai figli portare il conforto della sua parola; lo vedemmo tra i poveri nostri bambini, i numerosi orfanelli, che nella carezza della sua mano ritrovavano la carezza materna, per sempre perduta; lo vedemmo tra i sacerdoti, che smarriti per la desolazione del gregge, ritrovavano coraggio e generosità nel suo esempio. Lo vedemmo passare in mezzo a noi il padre buono, tutti sollevando, tutti confortando con quella tenerezza, che è contrassegno precipuo della sua vita attiva ed operosa. 
  
E sentirono la sua preghiera, la sua parola anche i nostri poveri morti dalle tombe dei nostri camposanti ... : quella preghiera, quella parola, che lagrime di cristiana rassegnazione strappava ai figli superstiti e a nuove speranze apriva i loro cuori. Ma a tanto dolore, a tanta ruina già il Padre impose la sua nuova opera di vita, e nuove risorse gli suggeriva la sua fragrante carità; e seppe effondere sui dolori dei figli, su i solchi sterili, su le cose spente, ancora una volta la parola e il ministero di Gesù, che moltiplica l'eterna semina del bene " (1). Non ancora si aveva il tempo di riprendersi dalle, smarrimento e liberarsi dall'angoscia per i tanti lutti, che un nuovo drammatico evento, non più circoscritto alla Marsica, ma all'Italia intera, sconvolgeva i piani di rinascita delle nostre popolazioni. L'entrata in guerra dell'Italia il 24 maggio 1915 doveva ancora una volta strappare dai focolari, che si tentava di ricostruire, tutti i giovani in grado di portare le armi. Molti di questi non faranno più ritorno alla loro casa. 
  
Magliano a questi suoi figli caduti per la Patria dedicherà non una delle solite statue che ornano, anzi spesso deturpano, le piazze delle nostre città, dei nostri paesi, ma un Tempio votivo, consacrato alla Vergine, ad indicare il desiderio di pace e di concordia della nostra gente. A questi tristi eventi si aggiunse una grave epidemia di Spagnola, che doveva mietere altre vittime. Sembrava quasi che una antica maledizione incombesse sul nostro paese. 
Ma il popolo non si lasciò vincere. Il dolore infatti alimentò la fede e nel ricordo dei propri cari vigorosa sorse la forza per la rinascita. Distrutta la chiesa di Santa Lucia, le funzioni in un primo tempo si svolsero in una baracca di quelle costruite dal Comitato di Vicenza. Poi fu adibita a Parrocchiale la Chiesa di Santa Maria di Loreto appartenente all'Opera Pia della Misericordia. Ad un anno di distanza, il tristissimo anniversario del terremoto fu commemorato in tutta la Marsica con commoventi Cerimonie Religiose. 
  
Significative, per la storia della Marsica sono le parole pronunciate dal Vescovo Bagnoli durante la " Funzione Espiatoria " tenutasi ad Avezzano. " Non potranno mai piangersi abbastanza le morti e le rovine ", disse il vescovo, " ma è ormai tempo di rialzarsi, di riprendere con energia e generosità la nostra via, alfine di assicurare presto alla nostra regione una nuova vita più prospera, più vigorosa ". Concludeva ricordando le parole del Vangelo sulla Resurrezione del Signore e, riecheggiando le parole dell'angelo alle donne che per prime si erano recate nel Sepolcro di Cristo, si augurava che " anche su le tombe, che ancora bagnano le lagrime di tanti figli, si levi la voce dell'Angelo consolatore, che ripeta "Non sono morti i vostri cari; vi precedono nella Galilea del Paradiso!". Per iniziativa del parroco don Vincenzo Giusti anche a Magliano si celebrarono solenni e commossi funerali. Grande fu il concorso del popolo. Molti furono quelli che si accostarono alla Comunione. Nel pomeriggio in massa si recarono nei due cimiteri, quello della via di Massa e quello di San Martino, in pio pellegrinaggio a portare fiori e lagrime.

 
 

Note
(1) La Marsica nel primo anniversario del terremoto (numero unico)
 
Testi tratti dal libro "La chiesa di Santa Lucia in Magliano dei Marsi"
 
 
 
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