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La ricostruzione e gli anni difficili del dopoguerra
Testi a cura del Prof. Giuseppe Di Girolamo  maggiori info autore
La vita della Parrocchia intanto si riorganizza. Dopo la Grande Guerra riprende l'opera di ricostruzione, ma la Chiesa di Santa Lucia doveva ancora rimanere li, con la navata centrale sfondata, la navatella di destra inesistente. Le uniche parti rimaste erano la navatella di sinistra con le arcate e le finestre, ma spiombata ed impegnata di lesioni fino all'abside, la cupola, il campanile, la parte inferiore della facciata. Il campanile adempiva ancora alle sue funzioni, le campane erano ancora sul posto a far sentire la loro voce solenne. Anche l'orologio fu posto sul campanile e il quadrante fu collocato sotto il finestrone centrale. Le ore che dall'alto della grande torre seguitavano a segnare i diversi momenti del giorno volevano indicare che nella vita della cittadina sia sotto il profilo religioso che civico non ci doveva essere interruzione fra prima e dopo il terremoto. Bisognerà attendere l'anno 1923 per sentir di riparlare della ricostruzione della Chiesa. Il primo progetto infatti fu quello dell'ingegner Bastianini, che fu esaminato dal Consiglio superiore dei Lavori Pubblici in data 18 settembre 1923. Il progetto prevedeva la ricostruzione della facciata così come doveva essere nel secolo XV. Ma non se ne fece niente fino al 1929, quando la progettazione fu affidata all'ingegner Sabatini. 
  
Intanto vivacissime erano le polemiche sorte su dove dovesse sorgere il nuovo Tempio. C'era chi, tenendo conto che il paese nel frattempo si era espanso verso il piano, avrebbe voluto che la nuova Chiesa sorgesse nei pressi dell'attuale piazza della Repubblica, dove meglio avrebbe potuto assolvere al suo compito, chi invece era dell'opinione che dovesse risorgere nel posto primitivo, su le stesse fondamenta sia per ragioni storiche che di opportunità e funzionalità. Scrive monsignor Scipioni, fautore di quest'ultima tesi: " Ebbene a proposito, essendo esso il centro del paese, che gli si svolge intorno a guisa di raggera e su cui tutti possono accedere con facilità. Qualunque spostamento se agevolava una parte dei cittadini, danneggiava altri ". 
 
Vinsero questi ultimi, ed è bene che sia stato così. Anche se nel frattempo l'abitato si era maggiormente distanziato dal tempio, tuttavia una diversa ubicazione non avrebbe giovato alla funzionalità, essendosi il paese espanso in molteplici direzioni, piuttosto disordinatamente ed in modo imprevisto. Basti pensare alle numerose abitazioni poste negli estremi del paese. 
Si va dalla strada per Rosciolo ai confini col Comune di Massa, e, lungo la strada per Avezzano, a contatto con le abitazioni di Cappelle. 
  
Avrebbe inoltre rotto quel filo conduttore che ci lega al passato, di cui siamo orgogliosi, ed avremmo perduto l'unico posto veramente suggestivo di Magliano, che costituisce l'ammirazione per il forestiero. Proviamo infatti ad immaginare l'attuale Chiesa in altro luogo. Perderebbe gran parte del suo fascino e lo stesso panorama di Maglíano, senza la Chiesa ed il campanile " che gli fan corona "  si ridurrebbe ad un panorama piatto, come tanti altri, senza una propria fisionomia. Quando saliamo alla Chiesa di Santa Lucia, per pregare e comunicare con Dio, sembra quasi che la nostra preghiera si unisca a quella delle molteplici generazioni che ci hanno preceduto; è come il ritrovamento della patria perduta. 
 
Pensiamo alle solenni cerimonie delle più grandi Feste dell'anno, quando, in attesa di entrare in Chiesa, sostiamo nella piazzetta di Santa Lucia. Sembra allora di ritornare come una volta, quando il paese era più unito, il vivere sociale più sentito, non c'era ancora il dramma della solitudine esistenziale, che rende la vita odierna così squallida, così assurda. Abbiamo detto che all'indomani del conflitto mondiale riprendesse febbrile l'opera di ricostruzione. Il Sindaco ed i pochi superstiti del Consiglio Comunale si erano dimessi ad un mese dal terremoto. Dato il momento eccezionale, era stato nominato Delegato Speciale il Rag. Mario Alonzo, che rimase in carica fino al novembre del 1920. Accanto alla ricostruzione materiale si andava riorganizzando anche la vita civica e religiosa. 
  
Ma questo nuovo risveglio non doveva essere senza contrasti. Il terremoto, oltre a distruggere il centro abitato, aveva anche gravemente danneggiato la Chiesa ed il Convento di San Martino. Qui esercitavano il sacro Ministero i Frati Francescani fin dal 1608, anche se interrotto prima dalle leggi napoleoniche poi dalle cosiddette leggi eversive del 1866. Vi erano tornati i frati per interessamento del Comune. E', noto come la popolazione maglianese avesse sempre tenuto in grande considerazione i figli di San Francesco. Nella chiesa di San Martino si recavano spesso i fedeli, anche se il convento distava circa tre chilometri dall'abitato. Nelle tradizionali visite ai Sepolcri, lunghe file di devoti si snodavano lungo la Via Solara, per recarsi in quella Chiesa. 
 
La stessa festa di S. Antonio, di cui abbiamo parlato in precedenza, che si celebrò negli anni 1848-1850, e quella a ricordo del XX ottobre 1860, stanno a testimoniare quale influenza esercitasse il Francescanesimo fra la popolazione di Magliano e come ci fosse collaborazione fra l'attività della parrocchia e quella dei Francescani, ad eccezione di qualche lieve contrasto. Reso inabitabile il convento, i Padri si trasferirono nel caseggiato agricolo del Signor Nicola Di Clemente a Cotecorno, messo da questi gentilmente a loro disposizione. Qui i Padri esercitarono il loro ministero fino al 1922. Da anni il Convento dei Padri Domenicani, che sorge nel rione che da esso prende il nome, non era più abitato, se non in qualche periodo dell'anno e sempre più raramente. In precedenza il Vescovo monsignor Gíacci aveva preso contatti col Padre Generale dell'Ordine Domenicano per poter acquistare l'immobile per adibirlo a ritiro di seminaristi (1). 
 
In realtà poi non se ne era fatto nulla, essendoci state nel frattempo le dimissioni di monsignor Giacci. A questo grande complesso pose la mira il Padre Guardiano Padre Giuseppe Ciavattoni ed iniziò quindi le trattative con i Padri Domenicani. L'ubicazione del Convento ed una chiesa bella e vasta costituivano valida premessa per una efficace azione pastorale. Molti cittadini, specialmente quelli abitanti in Via Fonte Nuova. Aia Caparro, Via Poggio Filippo, vedevano con entusiasmo una tale soluzione. Ma il Vescovo Bagnoli, venuto a conoscenza delle intenzioni dei Frati, e timoroso che la situazione, che si sarebbe venuta a creare, avrebbe nuociuto all'unità dell'azione pastorale svolta dalla Parrocchia di Santa Lucia, pose il veto. 
  
Il parroco don Vincenzo Giusti non poteva che seguire il suo Vescovo. L'operato del Vescovo suscitava una violenta reazione da parte del popolo. Infatti la cittadinanza si era divisa in due fazioni: quelli che volevano i Frati, quelli che desideravano invece che venissero rispettati gli ordini del Vescovo. I primi però erano più decisi e, mentre incitavano i frati a prendere possesso di San Domenico e questi in realtà lo fecero, sprangarono le porte di Santa Maria di Loreto, che fungeva da parrocchia per impedire al parroco di celebrare le Sacre Funzioni. 
 
Invano si tentò di ricorrere alla forza pubblica per ripristinare l'ordine. La situazione rischiava di divenir sempre più incandescente, anche perché il Vescovo aveva mincciato l'interdetto alla chiesa di San Domenico, mentre i Frati insistevano nella loro risoluzione. Certo si trattava di una vera e propria ribellione alla autorità ecclesiastica. Per fortuna giunse l'opera mediatrice di Padre Vincenzo di Lorenzo, il quale, per la sua alta carica di organizzatore dei Congressi Eucaristici, era molto sentito in Vaticano. Un inviato della Curia consigliò monsignor Bagnoli a cedere, mentre i Padri Francescani avrebbero dovuto chiedere perdono pubblico al Vescovo. Ciò avvenne nella pubblica piazza di Magliano alla presenza anche delle autorità civili e della cittadinanza. 
   
Don Vincenzo Giusti fu trasferito ad Avezzano, dove ebbe la Parrocchia di San Giuseppe, in attesa di divenir parroco della Cattedrale, non appena questa fosse costruita. Tale trasferimento dispiacque a quanti, liberi da faziosità, avevano avuto modo di ammirare la bontà, l'equilibrio, la fede di questo figlio di Magliano. Intanto, prima che venisse eletto il nuovo Parroco, ebbe l'incarico di economo curato don Ferdinando Petricca. Durante la sua reggenza venne, per la sua seconda visita pastorale, il Vescovo Bagnoli, che esortò il Sacerdote ad istituire l'Azione Cattolica. Nel 1923 prendeva, intanto, possesso della Parrocchia di Santa Lucia don Luigi Moro, di Ortona dei Marsi.
Uomo di eccezionale bontà, è rimasto nel cuore di quanti ebbero la fortuna di conoscerlo. Pur essendo per natura portato alla meditazione ed al raccoglimento più che all'azione, tuttavia fu lui a dare veramente inizio all'Azione Cattolica, curando in modo particolare il settore ragazzi e quello giovani. 
  
I maschi si riunivano in casa del Parroco, non c'era ancora la canonica, le femmine presso le Suore del Preziosissimo Sangue. La vita di gruppo era molto sentita e non era cosa facile per quei tempi. Ci troviamo ancora negli anni del dopoguerra, con tutte le tensioni che sono proprie di tali epoche. Il Fascismo, arrivato da poco al potere, pur dimostrandosi ben disposto verso il Vaticano, per motivi puramente strumentali, tendeva a trasformarsi in regime, quindi pretendeva sempre di più ad essere il solo depositario per l'educazione delle nuove generazioni, e mal sopportava che altre organizzazioni, anche a sfondo religioso, ostacolassero questo suo piano. La situazione diverrà incandescente nel 1931. Sebbene nel '29 ci fosse stato il Concordato, verranno occupate le sedi dell'associazione, verranno compiuti atti intimidatori. Ma il carattere fermo del Papa Pio XI infine prevalse, solo che la bandiera bianca dell'Azione cattolica italiana fu sostituita con quella tricolore. 
  
Il 20 ottobre del 1926, in occasione della celebrazione della tradizionale festa, venne organizzata una grande Giornata Antiblasfema, nel tentativo, riuscito purtroppo vano, di estirpare quel brutto vizio, che è la bestemmia, gravissima offesa a Dio e segno di grande inciviltà. Allo scopo di ricordare a tutti il proprio dovere furono affisse nelle porte delle case delle speciali tabelle antiblasfeme. Cura particolare Don Luigi Moro pone nella educazione religiosa.
  
L'insegnamento del Catechismo è svolto personalmente da lui per gran parte dell'anno. Molti ragazzi e giovani partecipano alle gare catechistiche, che si tengono ad Avezzano. Nell'anno 1932 ben quattordici, appartenenti all'Azione Cattolica, partecipano ad una gara di cultura religiosa con risultati lusinghieri. 
Durante questi anni si provvedeva pure a ricostruire la Chiesa di S. Rocco, dedicata al Nome di Maria. Veniva ricostruita a spese del popolo, che intendeva con questo Tempio onorare i Caduti di tutte le guerre. " Con la erezione di questo Tempio ", scrive Mons. Scipioni, " che avvicina a Dio e consegna all'immortalità i Caduti per la Patria, la cittadinanza maglianese ha sciolto il voto di amore e di riconoscenza, di venerazione agli eroi, che caddero da prodi nel campo di battaglia ". 
  
La chiesa venne inaugurata con solenne cerimonia il 20 ottobre 1932. Fra le autorità intervenute ci fu l'Ordinario Militare Mons. Angelo Bartolommasi. L'interno fu decorato con arte e passione dal pittore maglianese Oreste Amiconi, coadiuvato dal decoratore Giovanni Amícucci. In un secondo tempo lo stesso artista Amiconi dotò la Chiesa di una sua pregevolissima opera: la Pietà, che posta al centro dell'abside, dà a tutto il complesso un significato profondamente religioso: il dolore come strumento di purificazione e di salvezza. Le due visite pastorali di Bagnoli, quella del 14 aprile 1932 e quella dell'aprile 1937, al di là della somministrazione del sacramento della Cresima, non rivestono particolari novità. La vita si svolge nell'ordine e nella pietà. Mancando una Chiesa che fosse sufficiente a contenere i devoti, furono tenute due missioni nella Chiesa di San Domenico: precisamente nel 1930 e nel 1936. 
  
A ricordo della prima fu innalzata la croce nei pressi del convento, a ricordo della seconda quella in Via Scurcola, che sostituiva un'altra croce in legno di una missione precedente. Intanto si torna a parlare della ricostruzione della Chiesa di Santa Lucia. Il parroco don Luigi Moro ed il podestà dell'epoca, prof. Vincenzo Pietrangeli, premono continuamente presso gli organi competenti. 
Nel 1929 viene redatto un nuovo progetto ad opera dell'ingegner Cesare Sabatini. Questi, a proposito della facciata, si propose di ripristinarla così come era prima del terremoto con tutte le aggiunte posteriori al secolo XV. Certamente non tutti furono d'accordo con questa soluzione.  Mons. Scipioni, studioso come era di arte, avrebbe voluto che si tornasse alla " primitiva purezza della facciata ". Proponeva, quindi, che si tornasse ad insistere presso le Autorità Superiori per la abolizione della finestra perché, concludeva, " è una vera stonatura! ". L'interno della Chiesa era previsto, fatte le debite proporzioni, come quello della Chiesa di San Nicola di Cappelle. Per fortuna la realizzazione non fu quella prevista dal progetto, ma ciò lo vedremo in appresso.
 
 

Note
(1) Scipioni, Notizie biografiche dei Vescovi della Marsica [Manoscritto]. 2 Bollettino detla Diocesi dei Marsi, 1932.
 
Testi tratti dal libro "La chiesa di Santa Lucia in Magliano dei Marsi"
 
 
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