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La ricostruzione della chiesa
Testi a cura del Prof. Giuseppe Di Girolamo  maggiori info autore

Siamo nell'agosto del 1934 quando si dà veramente inizio ai lavori. " Fu indescrivibile ", scrive monsignor Scipioni, " la letizia, dico meglio, la commozione che pervase gli animi della quasi totalità dei cittadini, nel constatare che la loro Chiesa sarebbe risorta a vita novella, dopo venti anni di ansiosa aspettativa, alternata da scoraggiamenti e da sfiducia per le difficoltà che si presentavano a ripetizione e che sembravano insormontabili ".
Ma chi doveva essere maggiormente commosso era il parroco don Luigi Moro, che per più di un decennio aveva trepidato in attesa del gran giorno. Costretto ad officiare in una piccola Chiesa, incapace di accogliere tutti i fedeli, specialmente nelle grandi cerimonie dell'anno liturgico (molti erano costretti a seguire i sacri riti addossati, di fuori, alla porta del tempio), non vedeva l'ora che tutto il popolo devoto potesse essere accolto in una grande Chiesa. 
  
Ragazzetto, lo ricordo insieme ad altri signori, al podestà, al progettista, al direttore dei lavori, nel cantiere che ormai si era aperto, consultare le carte, discorrere. Ma la Provvidenza non volle che don Luigi potesse gustare il meraviglioso giorno della inaugurazione su questa terra, volle invece che lo gustasse dal Cielo, dove gli aveva preparato un Seggio Eterno. Il giorno 15 del mese di dicembre 1934 Don Luigi Moro infatti rendeva la sua bell'anima a Dio. Il 20 dello stesso mese prendeva possesso della Parrocchia di Santa Lucia don Augusto Orlandi, di Scurcola Marsicana.
 
Il giovane Sacerdote, aveva appena ventisette anni, nel primo discorso rivolto al popolo nella cerimonia di insediamento, nell'accennare alla sua fanciullezza trascorsa, orfano di padre, nella natìa Scurcola, ricordò che spesso, nel salire alla Madonna della Vittoria, prima di entrare in Chiesa, soleva sostare su quel piazzale e, nell'ammirare il panorama circostante, scorgendo da lungi Magliano, col suo campanile ancora intatto, questo gli appariva, quando la nebbia copriva l'ampia distesa dei Campi Palentini, come una nave in mezzo al mare. Ora di quella nave egli era divenuto pilota. 
   
Quella sera stessa il giovane parroco ed i Maglianesi si compresero subito. Da quella sera avrebbero compiuto insieme un lungo e spesso travaglíato viaggio. Fu dato nuovo impulso all'Azione Cattolica, mediante l'organizzazione di convegni, dibattiti, conferenze, recite, che poi venivano portate al pubblico in una sala dell'asilo. Venne ridata importanza al canto liturgico, con la introduzione del gregoriano e con la costituzione di una Schola Cantorum di Pueri Cantores. Furono risvegliate le vocazioni al Sacerdozio dopo un intervallo di quasi quarant'anni. Ma di questo riparleremo più in là. Speciale cura il nuovo parroco doveva porre nel seguire i lavori di ricostruzione della Chiesa di Santa Lucia. Abbiamo detto che l'interno di questa, secondo il progetto Sabatini, doveva ispirarsi alla Chiesa di San Nicola di Cappelle. Fortuna volle, o meglio saggezza dei responsabili, che la direzione dei lavori venisse affidata al concittadino ing. Francesco Pietrangeli. 
 
Questi, studiando a fondo i resti di quelle che erano le strutture originarie del XIII secolo, che abbiamo illustrato in precedenza, e raffrontandole con quelle coeve di San Francesco di Celano e San Cesidio di Trasacco, modificò profondamente il progetto Sabatini nel senso che si ricostruì la Chiesa " secondo stile, togliendo tutte le sovrastrutture del Rinascimento e del Barocco, che erano state addossate prima del terremoto, e non fu ricostruita la cupola esagonale, che sovrastava l'abside " (1). 
  
Abolite le grandi finestre della nave centrale, furono riaperte le finestre sestoacute delle navatelle laterali. Non furono ricostruiti gli altari laterali. 
La facciata invece, accuratamente smontata nelle parti ancora in piedi, dopo che furono numerate tutte le pietre della cortina ed i fregi, fu ricostruita secondo il progetto Sabatini, cioè come appariva prima del terremoto: furono aboliti solo i due occhi, sovrastanti i portali secondari. Anche il campanile, numerate le pietre della cortina, fu demolito e ricostruito dalle fondamenta in cemento armato e muratura. Il rivestimento in pietra, applicato in tutto il resto, non potè essere ricollocato alla cuspide conica, perché questa riusci leggermente diversa.
 
Si sarebbe dovuto provvedere a risagomare le vecchie pietre, ma non lo si fece. Non si sa il perché. Certo la vista del cemento del cono turba la visione d'insíeme dominata dalla pietra. Inoltre le intemperie tendono a sgretolare il cemento. E campanile inoltre è alquanto più basso dell'originario. La ricostruzione dell'intero complesso fu eseguita rispettando le norme antisismiche. Le vecchie strutture furono demolite fino a livello della piazza. Rimasero solo i locali sottostanti la Chiesa, perché molto solidi, ma si provvide a coronare il tutto con un robusto cordolo di cemento armato, ed a rinforzare le volte. 
 
Le colonne della Chiesa in cemento armato furono rivestite di stucco simulante la pietra dallo stuccatore Ettore Susi di Avezzano. Questi provvide anche, servendosi di alcuni resti, alla costruzione dei capitelli, dei costoloni delle navatelle laterali Le capriate della navata centrale, anch'esse in cemento armato, furono dipinte per simulare il legno dal pittore Tullio Amicucci. 
Sia i lavori in stucco, che la dipintura delle travature, riuscirono veramente sorprendenti. E' difficile, infatti, al visitatore rendersi veramente conto della vera natura di tali elementi. Per quanto riguarda la facciata, i fregi rovinati, o in parte mancanti (le colonne esterne del portale centrale, parte dell'archivolto decorato, parte delle pilastrate dei portali laterali, ed altri particolari), furono sostituiti con copie perfette eseguite dall'artista Paris Ricci di Avezzano. 
  
Ai suoi ordini lavorarono pure gli scalpellini Domenico Tiberi e Tullio Nanni di Rosciolo. Assistente ai lavori fu Vincenzo Dionisi, l'impresa costruttrice Antonio lacovitti di Avezzano. Il costo dell'opera fu di lire trecentocinquantanifla. 
Lo Stato concesse un contributo del cinquanta per cento, per l'altro cinquanta si dové provvedere, pur in mezzo a numerose difficoltà, con contributi vari. 
Scrive a tal proposito nella memoria citata don Augusto: " Per ottenere il denaro occorrente feci molte domande, al Ministero e a vari Enti, anche a vari individui. Molte ottennero esito negativo. 
  
Però ottenni qualche cosa e così il debito si assottigliava ". Durante i lavori il parroco dovette sostenere presso il Tribunale di Avezzano una lite coll'ing. Cesare Sabatini. Questi, avendo pattuito per compenso di progettazione una determinata somma, a condizione che fosse incaricato anche per la direzione dei lavori, quando invece la direzione fu affidata all'ing. Pietrangelí, pretese il doppio. Il parroco si fece difendere dall'avvocato Taddei di Pescina. L'esito della causa gli fu, per fortuna, favorevole. I lavori della Chiesa furono ultimati nel 1936, ma vennero riconsegnati solo verso la fine del 1937, a causa del ritardato saldo all'impresa costruttrice. 


Note
(1) Orlandi, Appunti su la chiesa di S. Lucia (Manoscritto)
 
 


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